(31-03-2026) Un momento di profonda riflessione spirituale e di forte richiamo alla responsabilità morale ha segnato il Precetto Pasquale militare interforze celebrato venerdì 27 marzo a Modena, nella chiesa adiacente all’Accademia Militare, presso la Rettoria di San Domenico. Alla solenne liturgia hanno preso parte le massime autorità civili, militari e istituzionali del territorio, in un clima di raccoglimento e partecipazione.
A presiedere la celebrazione è stato Mons. Erio Castellucci, arcivescovo di Modena, che ha offerto un’omelia ampia, intensa e profondamente attuale, capace di intrecciare il racconto evangelico della Passione con le dinamiche dell’uomo contemporaneo e, in modo particolare, con la missione di chi è chiamato a servire lo Stato.
La celebrazione è stata animata dagli Allievi Ufficiali dell’Accademia Militare, mentre l’introduzione è stata affidata al decano e cappellano dell’Accademia, don Marco Falcone, che ha portato i saluti dell’Arcivescovo Ordinario Militare per l’Italia, Mons. Gian Franco Saba. Nel suo intervento ha inoltre ricordato come l’Ordinariato Militare stia vivendo «un anno di grazia», segnato dal centenario della sua fondazione, invitando a leggere questo tempo come occasione di rinnovamento spirituale per tutti i militari.
Entrando nel cuore della celebrazione, mons. Castellucci ha guidato i presenti dentro i giorni che precedono la Pasqua, definiti come un tempo in cui “si svelano i cuori”. Attorno alla figura di Gesù – ha spiegato – emergono atteggiamenti che non appartengono solo ai personaggi evangelici, ma che abitano ancora oggi l’animo umano.
Il primo volto è quello dell’ideologia: il rifiuto della realtà quando essa mette in crisi convinzioni consolidate o interessi di potere. I capi dei Giudei, pur davanti ai segni compiuti da Gesù, scelgono di non vedere, perché ciò che Egli rappresenta destabilizza il loro sistema. È una dinamica, ha sottolineato il presule, che continua a ripetersi nella storia, ogni volta che si preferisce un’idea comoda alla verità.
Accanto all’ideologia si manifesta poi la solitudine di Cristo, segnata dall’abbandono delle folle. Coloro che avevano beneficiato dei suoi gesti e delle sue parole scompaiono nel momento decisivo. «È l’ingratitudine», ha osservato l’arcivescovo, una forza silenziosa ma devastante, capace di trasformare il bene ricevuto in indifferenza, fino al rifiuto.
A questi atteggiamenti si aggiungono il tradimento e il rinnegamento. Il primo prende volto in Giuda, che “mercanteggia” la relazione con il Signore per un tornaconto personale; il secondo in Pietro, che per paura arriva a negare il suo legame con Gesù. Due fragilità diverse, ma entrambe profondamente umane, che mostrano come anche chi è più vicino possa cedere.
Mons. Castellucci ha quindi allargato lo sguardo: questi atteggiamenti – ideologia, ingratitudine, tradimento, rinnegamento – non sono episodi isolati, ma forze che, intrecciandosi, generano violenza. Sono proprio queste dinamiche, infatti, a condurre alla crocifissione di Gesù.
«È la sorte di chi fa il bene ed è ricambiato col male», ha ricordato, evidenziando come questa logica attraversi tutta la storia dell’umanità. Non si tratta solo di eventi lontani, ma di una realtà che si ripresenta anche oggi, nelle relazioni personali e nelle dinamiche sociali.
Da qui nasce un’esigenza decisiva: riconoscere che nel cuore dell’uomo convivono il desiderio di bene e il germe del male. Proprio per questo, ha insistito il vescovo, diventa fondamentale imparare a essere “custodi gli uni degli altri”.
In uno dei passaggi più significativi, l’arcivescovo ha collegato direttamente questa riflessione alla vocazione dei presenti, molti dei quali impegnati nelle Forze Armate e di Polizia. Il loro compito, ha detto con chiarezza, può essere sintetizzato in una parola: custodire.
Custodire i cittadini, custodire i più fragili, custodire l’ordine della comunità. Una missione che non si limita all’aspetto operativo, ma che possiede una profonda dimensione etica e spirituale. Difendere, proteggere, riportare giustizia, contrastare la violenza: tutto questo rende il loro servizio una collaborazione concreta all’opera di Dio nel mondo.
È una responsabilità tanto più grande perché le forze che minacciano il bene – ideologie, tradimenti, ingiustizie – «aleggiano continuamente su di noi». Per questo, ha aggiunto, è necessario vigilare non solo sulla società, ma anche su se stessi, per non cedere a quelle stesse dinamiche che si è chiamati a combattere.
L’omelia si è infine aperta alla speranza. Nei testi della Passione, ha ricordato mons. Castellucci, è già presente una luce: quella della Risurrezione, che non cancella il dolore ma lo attraversa e lo trasforma.
L’invito conclusivo è stato quello di lasciare spazio a questa luce, perché illumini i pensieri e orienti le azioni, soprattutto in un servizio esigente come quello militare e istituzionale.
Alla celebrazione hanno concelebrato i cappellani militari don Luca Giuliani (Carabinieri), don Marco Giordano (Guardia di Finanza) e don Gabriele Semprebon (Polizia di Stato), segno della comunione tra le diverse componenti.
Un momento, dunque, che ha unito fede e servizio, richiamando tutti – credenti e istituzioni – a una responsabilità condivisa: custodire il bene, dentro e fuori di sé.





