(05-07-2026) Ci sono luoghi che si visitano. E ci sono luoghi che, una volta incontrati, entrano nel cuore e non ti lasciano più. Per me Lampedusa è uno di questi.
Il mio legame con quest’isola nasce trentaquattro anni fa, quando, giovane sacerdote dell’Arcidiocesi di Agrigento, il mio Arcivescovo mi inviò come viceparroco accanto all’indimenticabile Padre Giuseppe Policardi, provato dalla malattia ma ricco di quella fede semplice, genuina e tenace che caratterizza il popolo lampedusano.
Qui ho imparato che il mare può essere insieme bellezza e sofferenza. Può riflettere l’azzurro del cielo e, nello stesso tempo, custodire il dolore di tante vite spezzate. Può essere strada di incontro tra i popoli e, purtroppo, trasformarsi in un immenso cimitero liquido, dove migliaia di uomini, donne e bambini hanno trovato la morte inseguendo un futuro di pace e di speranza.
Eppure Lampedusa non ha mai permesso che il dolore spegnesse la speranza.
Ha continuato ad accogliere.
Ha continuato a soccorrere.
Ha continuato ad amare.
Perché questa piccola isola, porta del Mediterraneo, non ha fatto dell’accoglienza una scelta occasionale.
L’accoglienza è la sua identità.
È la sua vocazione.
È il suo Vangelo vissuto.
Anni dopo sono ritornato a Lampedusa come Cappellano Militare, inviato dall’Arcivescovo Ordinario Militare per l’Italia per accompagnare spiritualmente gli uomini e le donne delle Forze Armate e delle Forze di Polizia, impegnati quotidianamente nel soccorso in mare, insieme alla Croce Rossa Italiana, alle organizzazioni umanitarie e a tanti volontari che operano, spesso nel silenzio, perché nessuna vita venga perduta.
Prima di partire ebbi la grazia di incontrare Papa Francesco.
Gli dissi:
«Santità, sto andando a Lampedusa».
Mi guardò con quella semplicità che sapeva arrivare dritta al cuore e mi consegnò due sole parole:
«Salvare vite.»
Non aggiunse altro.
Non ce n’era bisogno.
In quelle due parole era racchiuso il Vangelo vissuto a Lampedusa.
Perché qui, prima di ogni discussione, prima di ogni appartenenza, prima di ogni ideologia, c’è sempre una vita da salvare.
La recente visita di Papa Leone XIV si è inserita nel solco tracciato proprio da Papa Francesco, che l’8 luglio 2013 scelse Lampedusa come meta del suo primo viaggio apostolico fuori Roma.
Fu una scelta profetica.
Da questa piccola isola elevò al mondo un grido destinato a rimanere nella storia, denunciando la “globalizzazione dell’indifferenza” e richiamando tutti alla responsabilità verso ogni fratello, soprattutto il più fragile.
Quelle parole non si sono mai spente.
Continuano a risuonare nel cuore della Chiesa.
Continuano a risuonare nel cuore di Lampedusa.
Continuano a risuonare nel mio cuore.
Mentre l’isola, nei giorni scorsi, si preparava ad accogliere il Santo Padre Leone XIV, le strade diventavano un cantiere.
Sistemate piazze, riordinati gli spazi, curato ogni dettaglio.
Ma il cantiere più importante è un altro.
È quello che non chiude mai.
È il cantiere della fraternità.
È il cantiere dell’accoglienza.
È il cantiere della carità.
E proprio mentre tutta la comunità si preparava ad accogliere il Papa, una giovane figlia di questa terra ha vissuto l’attesa con gli occhi colmi di speranza.
Si chiama Sofia.
Lo scorso settembre, proprio nel giorno della festa della Celeste Patrona dell’isola, la Vergine di Porto Salvo, un gravissimo incidente, avvenuto nel suo primo giorno di scuola, ha cambiato improvvisamente la sua vita.
Da quel momento l’intera comunità si è stretta attorno a lei nella preghiera.
Oggi possiamo dire che Sofia è un piccolo miracolo vivente.
Ma il miracolo continua ogni giorno, nella forza della sua famiglia, nella fatica della riabilitazione e nella speranza di poterle restituire, passo dopo passo, una vita quanto più possibile serena.
Le difficoltà motorie conseguenti all’incidente rendono necessaria un’abitazione adeguata alle sue nuove esigenze.
Ed è proprio qui che Lampedusa ha mostrato ancora una volta i suoi muscoli.
Non quelli della forza.
Quelli della carità.
Attraverso un semplice passaparola, rilanciato dai social network, è nata una straordinaria gara di solidarietà.
Quegli stessi strumenti che tante volte rischiano di dividere sono diventati, questa volta, una rete di bene.
Persone vicine e lontane hanno aperto il cuore, contribuendo con offerte e gesti concreti affinché Sofia possa continuare a vivere nella sua amata isola, insieme alla sua famiglia, in una casa finalmente adatta alle sue necessità.
La raccolta di solidarietà continua, perché il suo cammino è ancora lungo.
Ogni gesto, anche il più piccolo, diventa un mattone di speranza.
Anche questo è il Vangelo vissuto.
Anche questo è il volto più bello di Lampedusa.
In un tempo inquieto, nel quale i venti della guerra soffiano sempre più impetuosi e il bene prezioso della pace appare fragile; in una società che spesso privilegia l’apparire all’essere; in un mondo che rischia di chiudersi nell’individualismo, Lampedusa continua ad andare controcorrente.
Qui si continua a credere che siamo tutti fratelli.
Qui si continua a vivere la convinzione che nessuno si salva da solo.
Per questo, a maggior ragione dopo la visita di Papa Leone XIV, viene spontaneo riconoscere che questa piccola isola rende visibili molti dei valori che il Santo Padre ha consegnato alla Chiesa nella sua prima enciclica, Magnifica Humanitas.
La centralità della persona.
La dignità inviolabile di ogni vita.
La fraternità come stile di convivenza.
La solidarietà come responsabilità condivisa.
La custodia della casa comune.
Qui tutto questo non è soltanto scritto.
È vissuto.
Lo dimostrano le mani tese verso chi approda dal mare.
Lo dimostra l’abbraccio che oggi sostiene Sofia e la sua famiglia.
Lo dimostra una comunità che, davanti alla sofferenza, non si limita a commuoversi, ma si mette in cammino.
Se Papa Francesco ha consegnato a Lampedusa il mandato di «salvare vite», Papa Leone XIV ci ha ricordato che ogni vita custodisce una dignità infinita e che nessun progresso, nessuna tecnologia e nessuna logica di potere potranno mai oscurare il primato della persona umana.
È in questo dialogo ideale tra i due Pontefici che Lampedusa continua a riconoscere la propria vocazione.
Essere una frontiera che diventa ponte.
Essere una porta spalancata sul Mediterraneo.
Essere una casa dove nessuno è straniero.
Essere una piccola isola che, senza fare rumore, continua a ricordare al mondo che il Vangelo prende forma quando diventa accoglienza, solidarietà e carità.
Perché il cantiere più importante di Lampedusa non è fatto di pietre.
È fatto di uomini e donne che ogni giorno scelgono di amare.
È fatto di Vangelo.
Ed è un cantiere che non chiuderà mai.
Don Donato Palminteri
