(26-08-2026) Nel cuore di un cappellano militare sono custoditi tanti ricordi: alcuni luminosi, altri segnati dal dolore. La pastorale dello “stare accanto” ti insegna a condividere la vita delle donne e degli uomini che indossano una divisa: persone al servizio della Patria, dei cittadini, delle istituzioni e, soprattutto, di chi è più fragile e indifeso.
Mentre, come Chiesa Castrense, celebriamo il Centenario della costituzione, tra i tanti momenti vissuti accanto alla nostra gente, porto nel cuore, con particolare intensità, l’esperienza di dieci anni fa: il terremoto che, il 24 agosto 2016, colpì Amatrice e tante comunità del Centro Italia.
Ricordo ancora quelle ore drammatiche. Ricordo i miei carabinieri e tanti altri militari correre, scavare, soccorrere, mettere in sicurezza persone e luoghi. Non soltanto per salvare vite umane, ma anche per custodire ciò che il terremoto aveva risparmiato: gli effetti personali delle famiglie, le opere d’arte, gli oggetti sacri, i beni custoditi nelle chiese distrutte o pericolanti. E ancora, per proteggere quelle comunità ferite da chi avrebbe potuto approfittare della loro vulnerabilità.
Di fronte a tanta distruzione, però, emerse anche qualcosa di grande e di bello: la solidarietà di un’intera Nazione.
Un’Italia capace di sentirsi partecipe del dolore di una famiglia che aveva perso tutto; un’Italia che si è rimboccata le maniche, donando denaro, tempo, professionalità e lavoro manuale. In quei giorni abbiamo visto il volto più bello della prossimità: persone che, senza chiedere nulla in cambio, hanno scelto semplicemente di esserci.
Anche noi cappellani militari abbiamo cercato di esserci. Siamo stati accanto ai nostri militari, condividendo le loro fatiche e le loro ferite, ma abbiamo voluto anche offrire un contributo concreto alle Chiese di quelle terre. Ricordo l’impegno per far arrivare ai Vescovi e alle comunità quanto era necessario per poter celebrare l’Eucaristia. Il terremoto aveva distrutto chiese, altari e luoghi di culto; ma non poteva distruggere la speranza e la fede di un popolo.
E quante lacrime abbiamo dovuto asciugare!
Anche tra i nostri militari ci furono vittime e famiglie colpite nel profondo. Porto ancora nel cuore il ricordo di un giovane carabiniere del mio reparto, sposato da poco, che in quella tragedia perse la moglie e il figlio che portava in grembo, insieme ad altri familiari.
Davanti a tragedie così grandi, spesso le parole diventano povere, quasi inutili. Anche in quelle circostanze il Signore ci diede la forza di annunciare il Vangelo soprattutto con la presenza: con una mano sulla spalla, con un silenzio condiviso, con una preghiera, con il semplice esserci.
E proprio ad Amatrice, quasi come una pagina provvidenziale della storia, ritorna alla memoria un’altra grande testimonianza di prossimità.
Dopo la Prima guerra mondiale, davanti alle povertà e alle ferite lasciate dal conflitto, due sacerdoti, don Giovanni Minozzi e padre Giovanni Semeria, cappellani militari, sentirono il bisogno di fare qualcosa per la povera gente, soprattutto per gli orfani e per gli ultimi. Due uomini diversi per storia, sensibilità e appartenenza, ma uniti da un unico desiderio: servire l’uomo ferito e restituirgli speranza.
Padre Semeria, parlando di questo incontro, scrisse:
««Che bello incontrarsi un frate e un prete da vie così diverse e volergli tanto bene! Forse mai s’è dato un esempio simile!»»
È una frase che oggi potremmo definire profondamente sinodale: camminare insieme, riconoscersi diversi ma non lontani, mettere in comune i propri doni per raggiungere chi ha bisogno.
Forse è proprio questa la missione della Chiesa: annunciare Cristo nelle vene dell’umanità, là dove la vita gioisce e là dove piange; nei momenti dei successi e in quelli degli insuccessi; quando tutto sembra andare bene e quando rimangono soltanto macerie.
Dieci anni dopo, Amatrice e le terre del Centro Italia continuano a portare le ferite del terremoto. C’è ancora molto da fare. Ma ci sono anche importanti segni di rinascita: case, attività, comunità che lentamente tornano a vivere.
E soprattutto rimane la testimonianza di migliaia di persone che, in quei giorni, hanno scelto di non voltarsi dall’altra parte.
Tra queste, ricordo con gratitudine i tanti militari chiamati ad operare nelle zone terremotate, definiti allora, con una bella espressione, “angeli senza ali”.
Angeli senza ali, ma con una divisa, mani forti, cuore grande e una missione precisa: esserci.
A dieci anni da quella notte, il ricordo non può essere soltanto memoria del dolore. Deve diventare memoria della solidarietà, della prossimità e del servizio.
E mentre continuiamo a celebrare il Centenario della Chiesa Castrense, sento che proprio queste esperienze ci ricordano il senso più autentico della nostra missione: stare accanto all’uomo, soprattutto quando è ferito, smarrito e impaurito.
Perché è lì, nelle periferie della sofferenza e della fragilità, che il Vangelo diventa carne.
Ed è lì, ancora oggi, che siamo chiamati ad essere artigiani di pace, custodi della vita e compagni di strada dell’umanità.
Don Donato Palminteri

