
La Liturgia della Parola, in questo inizio del tempo di Avvento, è una splendida profezia di pace; Termine abusato o forse dimenticato. Dire profezia è avere il coraggio di coniugare la verità con il tempo presente e futuro. Il grande filosofo personalista E. Mounier diceva che è la verità l’unica cosa che genera l’avvenire. Da qui la responsabilità della profezia come capacità di vivere il presente ricordandosi dell’avvenire, grazie al coraggio della Verità. Ecco perché senza “profezia” è a rischio il futuro di tutto e di tutti, del Paese e di ogni singolo cittadino. Ecco perché nella S. Scrittura, le profezie (che vedono i profeti non compresi e perseguitati) sono la penetrazione dell’animo umano nel desiderio di Dio, che è promessa, cammino e ordine. Ed è su queste tre parole che vorrei riflettessimo. La promessa La pace, anzitutto, è una promessa. Questo dice, in particolare, la prima Lettura (Is 2,1-5), dove il profeta Isaia vede cessare l’«arte della guerra» attraverso una trasformazione universale: «una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione»; «spade» e «lance» diventeranno «aratri» e «falci», cioè strumenti di sopravvivenza e non di morte. È una promessa; e le promesse sono da attendere ma sono già espresse, pronunciate. Da qui la fedeltà da parte di chi promette, a ciò che ha promesso. Che responsabilità promettere. L’aforista francese Francois de La Rochefoucauld ci pone di fronte alla responsabilità del nostro promettere dicendo che noi «promettiamo secondo le nostre speranze, e manteniamo secondo le nostre paure». Cari amici, Dio, senza paura, ma offrendo se stesso, ha promesso la pace! E quando Dio promette non pronuncia solo parole, perché la Parola di Dio è operativa, creativa. Quando Dio promette la pace, Dio “fa” la pace; Egli è venuto sulla terra, si è fatto Uomo, Bambino, si è fatto Piccolo per ristabilire la pace e a farlo “con” noi. Quando Dio promette, potremmo dire, si “com-promette”! E noi siamo chiamati a comprometterci con Lui. Compromettersi chiede di superare la più grande malattia dell’anima che è l’indifferenza; e voi, uomini e donne della Marina Militare, dei Vigili del Fuoco, siete persone che sanno compromettersi, prendendo sul serio la causa della sicurezza e della pace cercando di trasformare «l’arte della guerra» in una straordinaria forza di servizio, dedizione, sacrificio, persino sacrificio della vita, per il bene degli altri, nel nostro Paese e a livello internazionale. Tanti i fronti sui quali siete impegnati: penso con dolore alle coste italiane, dove voi Militari della Marina assistete al continuo approdo di profughi e disperati, vittime dell’indifferenza nei loro Paesi e, troppo spesso, da parte dell’Europa e della comunità internazionale. E penso anche a situazioni drammatiche di emergenza che, nella nostra Nazione, rimandano all’opera silenziosa e feconda di voi Vigili del Fuoco, e dei militari del Genio: dagli incendi che distruggono vite umane e devastano il creato, ai terribili terremoti e alle catastrofi, laddove siete spesso i primi ad arrivare e gli ultimi a partire, diventando concreto segno di vicinanza e speranza. Mi piace guardare al dipinto di Santa Barbara sul libretto liturgico, proveniente dalla Basilica di Norcia, come icona di questo vostro essere accanto ai fratelli, in un cammino di speranza e pace. Il cammino Perché la pace è un cammino: è cammino dei popoli, intravisto dal profeta Isaia; è cammino in salita, verso un monte, verso una città, Gerusalemme, con i suoi contrasti e contraddizioni. Gerusalemme è «città unita e compatta», abbiamo cantato nel Salmo 121. Ma sappiamo che oggi non è così; forse più di altri luoghi, Gerusalemme è icona di un Oriente del mondo che ospita una convivenza conflittuale tra popoli, razze, religioni… in modo più ampio, è immagine del mondo intero. Sì, perché quanto appare in modo evidente nella realtà di Gerusalemme, in modo nascosto abita in ogni luogo e in ogni cuore in cui vi sia discriminazione e scarto, diseguaglianza e ingiustizia sociale, povertà e corruzione politica, rifiuto di stranieri e persecuzione di minoranze, attacco alla dignità umana e alla libertà religiosa, indifferenza dinanzi a pericoli e calamità naturali, violenza e guerra, manipolazione e attacco alla vita umana, in ogni fase e situazione. Il «monte», al quale arrivano «tutte le genti», è la città di popoli che ritrovano pace solo salendo assieme e diventando, come dice il Salmista, «fratelli e amici». È un messaggio politico in senso profondo. La città, la pòlis, più che un luogo fisico, è infatti un contesto in cui si stabiliscono legami e da cui parte un messaggio di dialogo e confronto tra le culture, accoglienza e convivenza delle differenze. Qualcuno ha scritto che “Dio creò il primo giardino e Caino la prima città” (Abraham Cowley). Forse è ancora necessario scoprire la preziosità e la ricchezza delle differenze e, permettetemi di dire, di convertirci ad esse. Penso ai Su e alla “periferie” del mondo e della storia, come icone di disarmonia. E il Papa in Myanmar ha parlato di armonia a proposito della pace. La pace «è armonia», ha detto il Papa; e noi «dobbiamo comprendere la ricchezza delle nostre differenze – etniche, religiose, popolari –, e proprio da queste differenze nasce il dialogo. E a partire da queste differenze s’impara dall’altro, come fratelli»[1]. Voi, cari amici, incarnate un tale messaggio di armonia, impegnati come siete a servire tutti, senza distinzioni e senza confini: a proteggere e non uccidere; accogliere e non distruggere; soccorrere e non dimenticare; custodire l’ordine stabilito da Dio. L’ordine La pace, infatti, nasce dall’ordine, come nel Vangelo (Mt 8,5-11) testimonia il centurione. Un soldato, un militare del tempo; per questo, com’è stato ricordato, una persona che sentiamo particolarmente vicina. Come voi, egli sa bene che quando formula degli ordini ai suoi soldati essi obbediscono e sa, d’altra parte, di essere egli stesso subalterno, cioè chiamato ad obbedire. Tuttavia, nel momento in cui il suo servo è molto malato, si rivolge a Gesù, riconoscendone l’autorità e intuendo una verità profonda: ciascuno è chiamato a obbedire agli ordini, ma c’è un ordine più grande, che lo precede e lo supera e del quale egli non si sente «degno». È l’ordine delle fede, del rispetto del mondo guardato nella luce di Dio, del Creatore e Padre. E’ l’ordine che il soldato, come voi, è chiamato a custodire, proteggere, difendere, è il disegno trascendente del Creatore, che pone il Sigillo sulla sacrale bellezza dell’universo e della creatura umana. Ma consentitemi di chiedermi se la domanda che S. Agostino si poneva è ancora “lecita” oggi nella nostra cultura; diceva infatti: “Se le meraviglie che ammiriamo nel mondo sono così belle, quale sarà la bellezza di Dio?”. Con coraggio il Papa ha detto: «La grande sfida dei nostri giorni è quella di aiutare le persone ad aprirsi al trascendente – ha detto ancora Papa Francesco in Myanmar, ai Monaci Buddhisti -. Ad essere capaci di guardarsi dentro in profondità e di conoscere sé stesse in modo tale da riconoscere le reciproche relazioni che le legano a tutti gli altri», superando «tutte le forme di incomprensione, di intolleranza, di pregiudizio e di odio».[2] Cari fratelli e sorelle, consapevoli di essere chiamati a lottare proprio contro ogni forma di odio, fuori e dentro di noi, oggi ci facciamo benedire e accompagnare dalla Reliquia di Santa Barbara, chiedendo che ci protegga e ci aiuti a obbedire all’ordine trascendente della promessa di Dio, sentendoci “compromessi” nella Sua corrente di amore, che si fa servizio, verso il creato e le creature. È qui il grande compito di sicurezza, della giustizia e della pace affidato a voi, carissimi amici della Marina Militare, dei Vigili del Fuoco, degli Artiglieri e Genieri; un compito non sempre compreso, ma necessario e che vi fa onore; per il quale, a nome della Chiesa e del Paese, voglio ringraziare Dio e, con affetto e stima, voglio dire un infinito grazie a ciascuno di voi. E così sia! X Santo Marcianò

