San Giovanni in Laterano – 23 settembre 2025
La chiamata di Matteo, proclamata nel Vangelo odierno, si colloca nel singolare itinerario di Gesù, tra la guarigione di un paralitico e la chiamata del pubblicano. Egli annuncia alla folla che lo ascolta che è venuto da Dio per compiere le opere del Padre suo e mostrare il volto della misericordia di Dio […]
È venuto per manifestare l’Invisibile mediante il Visibile. Il loro modo di ragionare, egli afferma, è ancora terreno e carnale, bisognoso di essere illuminato dalla grazia dello Spirito. Tutti noi abbiamo bisogno di leggere la nostra vita personale, storica, sociale, professionale, illuminati dalla luce dello Spirito. Dopo questa guarigione, infatti, Gesù si rivolge a un pubblicano, un uomo chiamato Matteo Levi, seduto al banco delle imposte. Così lo sguardo di Gesù si posa su un uomo che davanti alla pubblica opinione era considerato privo di ogni buona valutazione. Infatti, la professione che egli svolgeva non era giusta, ma si trattava di un traffico vergognoso e di una rapina con l’apparenza della legalità.
In questo contesto Gesù rivolge una parola profonda, seguimi. E Matteo abbandona l’ufficio, il guadagno iniquo e lo segue. Gesù non lo sottrae dal banco del guadagno, dal banco di una professione. Lo sottrae dall’iniquità. Lo sottrae dall’essere oppressore o strumento di oppressione dei propri fratelli. Mentre sedeva a tavola, Gesù è raggiunto da molti pubblicani e peccatori. La chiamata di Matteo sollecita così l’attenzione di molti. Gesù non solo si ferma a tavolo di lavoro, alla scrivania di lavoro di quest’uomo, ma entra nella sua casa, così come fa con ciascuno di noi. Non si ferma nei nostri luoghi più esteriori, egli viene a cercarci nella profondità della nostra vita. Gesù entra nel luogo più privato, più intimo. Entrare in una casa significava introdursi in una relazione di familiarità. Tutto questo è oggetto di quell’atteggiamento di difesa o di autodifesa dei suoi interlocutori. Ma ci ricorda San Giovanni Crisostomo, commentando questo testo, che Cristo faceva uso di ogni genere di cura, anche pranzando egli correggeva molti, insegnandoci in questo modo che ogni circostanza e ogni azione possono essere utili per educare nostro fratello. Ogni circostanza, ogni situazione, è la logica dell’incarnazione, è una logica della vita, una logica della concretezza della storia. Infatti è lì che Gesù sradica un ragionamento umano e non divino, quel ragionamento che diceva come mai un vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori? Questo mistero il Signore lo ha consegnato a ciascuno di noi nel banchetto dell’eucaristia della parola di Dio. Esso non è il banchetto dei perfetti, non è il banchetto di chi è giusto, di chi ha raggiunto la meta. L’eucaristia è il banchetto dell’uomo in cammino.
E perciò Gesù annuncia una svolta programmatica. Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Questo messaggio irradia non una professione clericale, irradia la professione di ogni credente, di chi ha deciso di seguire Gesù come i suoi discepoli, non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Questa parola risuona significativa in una società che certamente ha raggiunto prospettive elevate a livello di scienza, di conoscenza e di competenza, gode di buona salute. Non sempre l’applicazione dell’intelligenza e delle competenze godono di buona salute. Allora, quale grande vantaggio può veramente derivare all’umanità intera, qualunque sia la sua appartenenza e il suo credo, aderire a questa prospettiva di Dio?
Ogni qual volta ciascuno di noi riconosce la propria umanità, si apre una prospettiva nuova, si origina l’apertura alla grazia. La debolezza e la sproporzione che ciascuno di noi sperimenta davanti alla chiamata di Dio non deve diventare angustiante dal punto di vista spirituale e men che meno patologica, ma deve diventare la condizione per avviare nuovi cammini. Oggi siamo chiamati ad attivare nuovi processi. Gesù, chiamando Matteo, ha attivato un nuovo processo, un processo di vita non solo personale ma anche sociale.
Ci ricorda Peguy che c’era la cattiveria dei tempi anche secondo i Romani, in quel culmine della dominazione romana, ma Gesù non si sottrasse affatto, non si ritirò affatto. Aveva tre anni di ministero, ma non perse i suoi tre anni, non li usò per piagnucolare e accusare le cattiverie dei tempi. Egli scelse la via dell’amore, la via della donazione, la via del servizio. Ci ricorda ancora questo autore. Non incriminò, non accusò nessuno, ma salvò. Non incriminò il mondo, salvò il mondo. Non con uno sguardo superficiale, non con uno sguardo di chi non sa leggere la realtà, ma con lo sguardo di chi desidera recuperare la persona umana. E questo è il grande messaggio che San Matteo ci consegna. Il Vangelo ci offre così categorie interpretative sull’utilizzo dei beni e sulle relazioni interpersonali, che possiamo sintetizzare brevemente ai seguenti punti. Primo, superare la tentazione di affidare la definizione di se stessi o dell’individuo a fattori misurabili, ad elementi che possano essere quantificati con precisione algoritmica. È la tentazione di restare prigionieri delle performance, dei like. È l’esigenza di vedere la persona nella sua originalità, nella sua peculiarità.
In modo speciale desidero rivolgere un particolare invito ai giovani allievi qui presenti, affinché il tempo degli addestramenti, il tempo dello studio, dello sviluppo della professione, nonostante le prove e le fatiche, possa essere sostenuto dalla grazia di Dio. Sempre ciascuno di voi sappia che di fronte alle sfide, davanti alle prove, davanti alle difficoltà, Gesù è con voi.
Lui vi aiuta, vi sostiene. Gesù cammina con noi. Egli si fa prossimo della casa di ciascuno di noi, del banco di ciascuno di noi. Si fa quasi nostro compagno di banco. Inoltre, occorre oggi puntare a un’educazione per superare nella sfera delle relazioni interpersonali l’eccesso di attenzione all’approvazione e ai criteri di valutazione meramente sociologici, talvolta si è chiamati ad andare contro corrente. Per tutto questo abbiamo bisogno di quella fortezza che solo Gesù ci può dare. Gesù libera così un uomo da essere sfruttato e sfruttatore per renderlo libero. Non è forse questo il bisogno più grande dell’umanità, l’esigenza di un’autentica libertà? Papa Leone proprio in questi giorni ci ha ricordato che la parola del Signore non contrappone gli uomini in classi rivali, ma sprona tutti a una rivoluzione interiore, una conversione che inizia dal cuore. E questo apre le mani per donare, apre le nostre menti per progettare una società migliore, non per scovare affari al minor il prezzo, ci libera dalla tentazione di usare i beni della creazione contro l’uomo, usandoli in modo così terribile sino a generare la guerra.
Cari cappellani, un breve pensiero anche per voi che svolgete un prezioso e significativo servizio negli ambiti delle forze armate … Non escludere mai nessuno: coinvolgersi nel temporale introducendo l’eterno.
✠ Gian Franco Saba
Arcivescovo
(testo trascritto da audio-registrazione, non rivisto dall’Ordinario Militare)
