(12-04-2026) Una delle determinazioni fondamentali dell’Ordinario Militare Gian Franco Saba, in questo primo anno di episcopato nella diocesi castrense, è stata senza ombra di dubbio quella di aver assicurato la presenza di un cappellano militare, in forma stabile, a Lampedusa, porta di ingresso d’Europa, dove per le note cause numerosa è la presenza dei militari. Il presule vi si era recato agli inizi di dicembre, nell’ambito della visita pastorale in Sicilia, toccando con mano la complessa realtà del Centro di Primo Soccorso e Accoglienza e i sacrifici vissuti quotidianamente dal personale dell’isola. Aveva altresì incontrato i militari che ogni giorno rischiano la vita in mare per salvare persone in difficoltà. E salendo su una delle imbarcazioni della Guardia di Finanza, condiviso con l’equipaggio un momento di preghiera, per poi celebrare una Santa Messa per il personale delle Forze Armate e di Polizia e per i volontari presenti. A testimonianza della efficacia della scelta pastorale dell’Ordinario riportiamo quanto scrive, dopo alcuni mesi di esperienza sul campo, il cappellano militare.
LA TESTIMONIANZA
Sono don Paolo Solidoro, sacerdote da 27 anni e cappellano militare, e tra le tante esperienze di missione dei militari all’estero, questa di Lampedusa ha cambiato profondamente il mio modo di vivere ed annunciare il Vangelo.
L’incontro con i migranti.
Sono qui dal 09 dicembre 2025, e ricordo molto bene un gruppo di migranti arrivati con un gommone e salvati dalla Guardia costiera la vigilia di Natale. I volti stanchi, segnati dal viaggio e dal freddo oltre che dalla paura del mare. Ma nello stesso tempo ho intravisto volti pieni di una dignità che non si poteva ignorare. Non avevano nulla, eppure portavano con loro storie immense.
In quel momento, ho compreso che l’accoglienza non è un gesto facoltativo ma una chiamata concreta.
Papa Francesco, ci ricordava spesso, che i migranti non sono numeri, ma persone, volti, storia. E io questi volti li ho incrociati ed incontrati.
Armad, fuggito dalla guerra. Samuel, partito con la speranza di incontrare la sua famiglia. Maria, madre coraggiosa con il suo bambino, che ha attraversato il mare per dare un futuro a suo figlio.
Giovani. Bambini. Anziani dispersi in mare e corpi recuperati per dargli una sepoltura dignitosa nel rispetto della loro fede e religione.
All’inizio avevo paura, paura di non saper dare me stesso, offrire me stesso, ma l’accoglienza ha trasformato anche me.
La comunità di Lampedusa, come la comunità militare delle forze dell’ordine e sicurezza, di Polizia e della Guardia Costiera, mi insegnano ogni giorno sull’isola il vero significato del soccorso, della sicurezza e della grande solidarietà.
È lo spirito del Vangelo che ci anima tutti ogni giorno, ogni attività di soccorso.
“Donando qualcosa riceveremo molto di più”.
Accogliere significa anche saper ascoltare, imparare e lasciarsi cambiare. Non è sempre facile: ci sono momenti di tensione. Ma è proprio lì che il Vangelo diventa vivo, concreto. Quando celebro l’Eucarestia quotidiana con i militari e li vedo raccolti nel pregare, comprendo che NOI e LORO siano un unico popolo in cammino.
I migranti per i nostri militari italiani sono diventati un dono, e nel dono, un volto, in cui si intravede il volto di Cristo.
È bello condividere la mia testimonianza sacerdotale con i militari, anche se hanno un ruolo di soccorso, di sicurezza per la gestione dell’attività operativa, donano ogni giorno salvezza e amore nel loro ministero.
Spesso mi raccontano che salvare un bambino o un giovane è tendere la mano per farsi carico della sofferenza umana.
La vita è fragile, ma la solidarietà può essere un’Ancora che tiene a galla chi rischia di soffrire nell’indifferenza del mondo.
La giornata inizia dopo la celebrazione eucaristica, dal volto di Gesù. Incontro i volti umani dei migranti.
Volti segnati dalla fatica. Dalla paura ma anche da una speranza ostinata che non si spegne.
Quando sono arrivato sull’isola di Lampedusa, presso l’Hotspot, centro di accoglienza per i migranti, pensavo di poter aiutare queste persone di diverse culture, religioni ed origini territoriali, con cibo e vestiti.
Invece subito ho capito che ciò di cui avevano bisogno è sentirsi riconosciuti come essere umani ed ascoltati.
Ricordo un ragazzo arrivato dal Sudan, dopo un lungo viaggio tra il deserto e poi il mare. Aveva perso gli amici lungo il cammino e nei suoi occhi c’era un dolore difficile da descrivere.
Non chiedeva molto: solo qualcuno che lo ascoltasse.
Mi sono seduto accanto, in silenzio per lunghi minuti. Poi ha iniziato a raccontare. In quel momento ho capito che la mia presenza, più ancora delle parole era già una forma di aiuto. Essere Sacerdote, in mezzo ai migranti, significa imparare ogni giorno l’Umiltà.
Non sono io a salvare loro: spesso sono loro che salvano me, dalla superficialità, dall’indifferenza. Mi insegnano cosa vuol dire resistere, credere ancora nonostante tutto.
Ci sono momenti difficili che il mondo, la società, l’uomo non comprende. Quando le richieste superano la possibilità, quando le leggi sembrano più forti della compassione, quando qualcuno viene respinto o rimandato indietro. In questi momenti mi sento impotente.
Ma è lì che nasce la responsabilità di non voltarsi indietro ma di andare avanti.
La fede, per me, prende carne in questi incontri umani.
Non è qualcosa di astratto, è uno sguardo, una mano tesa, un nome imparato.
Ogni persona accolta è un prossimo, nessuno è straniero davanti a Dio.
E di questo voglio ringraziare a nome mio e di tutto il personale militare presente sull’isola di Lampedusa, il nostro Arcivescovo Ordinario Militare per l’Italia Mons. Gian Franco Saba, per questa esperienza che sto vivendo insieme a tutta la famiglia militare, nel farsi carico ogni giorno, della sofferenza di chi è meno fortunato di noi.
Infatti, anche se non possiamo cambiare il mondo da soli, ma possiamo cambiare il mondo DI QUALCUNO E A VOLTE QUESTO È GIÀ TUTTO.
Don Paolo Solidoro
Cappellano militare Lampedusa




