Celebrazione a San Paolo fuori le Mura e Veglia per la Pace in San Pietro

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(03-03-2026) Nella Basilica di San Paolo fuori le Mura i cappellani si sono riuniti per segnare la prima tappa del loro pellegrinaggio. È questo lo spirito che S.E. Mons. Saba ha auspicato per tutto il presbiterio castrense. La Basilica, guardando all’Apostolo delle genti, sintetizza in modo eminente lo spirito e lo stile che devono caratterizzare l’identità e la pastorale del cappellano militare.

A presiedere l’Eucaristia è stato il Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato della Santa Sede. Prendendo spunto dal Vangelo di Matteo, nell’omelia il Cardinale ha indicato tre possibili “fratture” che possono colpire ogni autorità ecclesiale:

  1. La distanza tra parola e vita – La credibilità nasce dalla coerenza. Per i cappellani militari ciò significa che il ministero non si esaurisce nel solo servizio sacramentale, ma è presenza condivisa: uomini di Dio che vivono negli stessi luoghi, percorrono le stesse strade e condividono le fatiche di chi accompagnano, sentendosi responsabili del cuore delle persone. Condividere concretamente la vita dei militari, essere presenza autentica nelle caserme e nelle missioni, testimoniando il Vangelo più con la vita che con le parole.
  2. L’uso oppressivo della norma – L’autorità non deve diventare un peso. In un contesto già segnato da disciplina e responsabilità, il cappellano è chiamato a essere uno spazio di respiro, ascolto e discernimento, aiutando le coscienze a vivere obbedienza e responsabilità con libertà interiore. Deve annunciare il Vangelo senza giudizi moralistici, ricordando che Dio è Padre che ama.
  3. La ricerca di visibilità – Il servizio non deve trasformarsi in esibizione o carriera. L’autorità cristiana trova il suo modello nella croce: il più grande è colui che serve.

L’omelia ha richiamato anche il contesto internazionale segnato dai conflitti, ribadendo che la Chiesa promuove una cultura della pace fondata sulla giustizia e sulla tutela della dignità umana. In situazioni difficili, una coscienza ben formata diventa luogo decisivo di responsabilità morale.

Il messaggio conclusivo è stato un invito alla conversione: l’Ordinariato sarà fedele alla propria vocazione non cercando visibilità, ma coltivando discernimento, servizio, coerenza e rispetto della dignità di ogni persona, affinché il ministero dei cappellani sia segno credibile di giustizia e di pace.

La liturgia è stata impreziosita dal canto del Coro della Cappella musicale dell’Ordinariato militare, dalla banda dell’Esercito Italiano e dalla partecipazione di alcuni militari della Scuola Tramat. Organista Alessio Pacchiarotti e maestro di cappella nonché compositore dell’inno del centenario il Rev.do M.º Don Michele Loda.

Nel pomeriggio i Cappellani, pellegrini nella memoria degli apostoli, hanno fatto tappa nella Basilica di San Pietro, dove hanno celebrato una solenne veglia per la Pace presieduta dal Cardinale Filippo Iannone. Guardando a Pietro, tra memoria e profezia, come invitati dall’Arcivescovo Mons. Saba nella bolla di indizione del centenario, questa seconda tappa sottolinea il prezioso valore di sentirsi e vivere in comunione con il successore di Pietro e, dunque, con l’unità della Chiesa.

La veglia, simbolicamente strutturata come pellegrinaggio interiore, è un cammino verso la pace donata dal Risorto: una pace disarmante che si fa pace disarmata per poi contemplare il mirabile esempio di due grandi operatori di pace, Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, cari alla spiritualità dell’Ordinariato Militare. Innanzi alle loro tombe sono stati offerti ceri votivi, artisticamente realizzati per l’occasione, a richiamare il valore della luce celebrata nel preconio pasquale. Luce che, pur divisa in molte fiammelle – anelito dell’umanità intera alla pace – non perde il suo vivo splendore, e che, offerta in onore del Principe della Pace, possa illuminare l’oscurità della notte in cui imperversano le armi, fino a risplendere di luce che mai si spegne: Pace…

La veglia, intima e raccolta ma nutrita dal desiderio e dalla speranza del cuore, richiama alcuni pensieri di Papa Leone sulla pace, riconosciuta come “un dono attivo, coinvolgente, che interessa e impegna ciascuno di noi, esigendo anzitutto un lavoro su se stessi”. Egli osserva ancora che “la pace di Gesù risorto è disarmata, perché disarmata fu la sua lotta, entro precise circostanze storiche, politiche e sociali… Se la pace non è una realtà sperimentata, custodita e coltivata, l’aggressività si diffonde nella vita domestica e in quella pubblica”.

La celebrazione, suggestivamente animata liturgicamente dalle diverse Forze Armate della Nazione, è rivolta verso la gloria dell’oriente, simboleggiata dalla colomba che pacifica e riempie il cuore di quella carità che sola vince il peccato che divide e disarma, come rugiada silenziosa al mattino che spegne l’imperversare di ogni guerra. Perché la Pace del Cristo Risorto è vedere fratelli da amare, non rivali da combattere.