(03-03-2026) Si sono aperte ieri le celebrazioni del centenario dell’Ordinariato Militare. I cappellani provenienti dall’intero territorio nazionale e dalle missioni estere si sono ritrovati per vivere, come Chiesa, un appuntamento di grande significato: ritrovarsi in presbiterio attorno al proprio vescovo per rinnovare la propria vocazione e il servizio pastorale.
I lavori sono cominciati con la preghiera comunitaria del vespro e l’invocazione dello Spirito Santo, momento carico di valore simbolico: non un semplice incontro, ma un ritorno alla fonte che alimenta la missione ecclesiale. Nella prolusione, l’Ordinario Militare, mons. Saba, ha richiamato l’episodio paolino rivolto a Timoteo — “Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te, ricevuto per l’imposizione delle mani” — come cifra interpretativa del centenario: ricordare per ravvivare i doni ricevuti e rilanciare la missione.
Mons. Saba ha inoltre invitato a invocare la Vergine della Pace per quanti sono oggi provati dalla guerra, sottolineando come la memoria sia gesto che chiama all’impegno: fare memoria significa riconoscere i doni di Dio e tradurli in azione. Riferendosi agli insegnamenti di Giovanni Paolo II e a Santa Caterina, l’arcivescovo ha esortato a “incendiare il mondo” con il fuoco del Vangelo — un’immagine forte per indicare la capacità della Chiesa particolare, con il suo specifico carisma, di opporsi alla devastazione della guerra e di farsi strumento di pace e riconciliazione.
Tra i richiami storici proposti, mons. Saba ha evocato i quarant’anni dell’Esortazione Apostolica “Spirituale Militum Curae” e il trentesimo anniversario dell’erezione della Scuola Allievi Cappellani “Giovanni XXIII”. In linea con l’eredità conciliare, l’arcivescovo ha invitato il presbiterio a rileggere la ricchezza profetica dei testi del Concilio e dei successivi documenti pontifici, fra cui la “Presbyterorum Ordinis”, “Evangelii Nuntiandi” ed “Evangelii Gaudium”, indicandoli come strumenti per far crescere il presbiterio come laboratorio di pace, dove i doni del Risorto possano effondersi per una rinnovata umanità.
Mons. Saba ha inoltre richiamato il valore dell’essere Chiesa particolare e dunque caratterizzata da una pastorale d’ambiente, e del come questa fosse già realtà dal IV secolo. La presenza ecclesiale deve essere vissuta lì dove è chiamata, libera da logiche di potere o condizionamenti socio‑politici. Tutto questo è nella natura intrinseca del Vangelo, raccontarsi e vivere dove arriva.
La prolusione si è chiusa con un invito a riscoprire “l’arte di far festa” come segno identitario del ministero: la festa come convivialità, gioia, riposo e comunione con Dio, rimedio alla solitudine e al ripiegamento su sé stessi. Questa letizia, ha ricordato, scaturisce dalla relazione con il Signore risorto: siamo figli della resurrezione e questo annuncio si comunica soprattutto attraverso relazioni autentiche, come sottolineato anche da Papa Leone, vivendo come uomini e donne capaci di legami profondi.

