Intervista rilasciata al settimanale Credere

01-02-2026

N. 5 dell’1- febbraio 2026

Guerra mondiale a pezzi, civili travolti, barbarie bellica, corsa al riarmo… Sono tempi bui a livello globale che interrogano la coscienza di ciascuno e, a maggior ragione, di chi ogni giorno cerca di portare le parole di pace del Vangelo nel contesto militare. Come monsignor Gian Franco Saba, 57 anni, che lo scorso aprile papa Francesco ha nominato ordinario militare, cioè il vescovo dei 147 cappellani militari italiani. Dieci mesi fa ha lasciato Sassari, dove era arcivescovo dal 2017, per trasferirsi a Roma, ma è spesso in viaggio per incontrare i cappellani, visitare i militari e le loro famiglie, amministrare le Cresime nelle caserme. Il suo, spiega, «è un ministero di intercessione che non conosce schieramenti e prega per il bene di tutti, ed è un ministero missionario» in uno sforzo per «gettare ponti, come chiedeva papa Francesco e come chiede papa Leone».

Monsignor Saba è nativo di Olbia, ultimo di 4 fratelli maschi, ed è entrato a 12 anni nel seminario di Tempio-Ampurias. Studi classici e poi patristici, la passione per la “costruzione di ponti” e l’interculturalità l’ha coltivata fondando da sacerdote a Tempio Pausania l’Istituto Euromediterraneo, una scuola internazionale di formazione e ricerca, e da vescovo l’accademia Casa di popoli, culture e religioni. In questa sua passione, lui vede uno dei motivi per cui è stato scelto per l’attuale incarico, insieme al fatto che con i padri della Chiesa e approfondendo il pensiero teologico di san Giovanni Crisostomo si è interrogato su interiorità e buon governo.

«La riflessione sull’escalation di guerra», spiega, «è oggetto di constante attenzione dei cappellani militari, soprattutto nei teatri strategici e nelle missioni umanitarie, dove partecipano alla diplomazia della pace disarmata e disarmante. I sacerdoti impegnati nell’assistenza spirituale alle Forze armate non hanno alcun’arma se non il Vangelo, sono vicini ai soldati per i sacramenti e la carità. Ho avuto modo di notare che dove ci sono conflitti il mondo militare vive la guerra in modo drammatico; la guerra è una tragedia per tutti, per tutti c’è sofferenza. Anche qualora si dovesse ricorrere all’estrema ratio, i militari non ricorrono alle armi a cuor leggero: è sempre una scelta dolorosa».

Come partecipa l’Ordinariato militare alle missioni di pace del nostro Paese e come si relaziona all’azione caritativa internazionale della Chiesa italiana?

«I cappellani militari nelle missioni di pace agiscono, in piena libertà pastorale, in raccordo e sinergia con la leadership militare; talvolta anche in ponti umanitari. Oltre all’assistenza spirituale ai militari c’è supporto e aiuto alle popolazioni: ci sono progetti educativi (in corso uno molto interessante in Niger) e distribuzione di beni di prima necessità a favore di chi ha bisogno. Più soggetti collaborano per favorire il soccorso verso le situazioni disperate. Il cappellano militare non è un prete solitario a servizio dei militari ma è un pastore con un suo popolo. L’ordinariato militare, infatti, offre un servizio di assistenza trasversale nell’itinerario di un militare, partecipa ai progetti educativi per la parte spirituale, nelle gioie e nei dolori, è presente nelle Accademie militari dove gli adolescenti intraprendono un percorso di studio per diventare ufficiali…».

Cosa vuol dire pace e come si concretizza nella vita di un militare?

«La costruzione della pace è un percorso quotidiano, il magistero dei papi, da Roncalli a Prevost, ci insegna che bisogna educare la propria interiorità per volgersi a progetti di pace e, a tal fine, serve un cammino permanete di riconciliazione: le prime armi sono nel cuore dell’uomo, bisogna disarmare i cuori per sentirsi fratelli e non nemici».

Poi ci sono le armi vere, la corsa al riarmo, la minaccia di ordigni letali…

«In questo, le donne e gli uomini che sono chiamati a guidare i popoli hanno grandi responsabilità: papa Leone ha ricordato che è dovere del potere, a livello mondiale, mettere fine alla guerra e che quello verso la pace è un cammino permanente; implica evitare le aggressioni, non fomentare i conflitti territoriali, non promuovere un’economia internazionale dove l’altro sia calpestato, ledendo la libertà del singolo e dei popoli… Quando le sfide diventano più alte nello scenario internazionale e le strategie più raffinate, non c’è via d’uscita se non cresce anche la volontà di una diplomazia della pace: vince la guerra. Nei conflitti non bisogna mai perdere la speranza, ogni piccolo passo verso la pace va promosso e riconosciuto. Il Papa chiede una pace giusta e duratura, devono essere realizzate ambedue le dimensioni, bisogna riconoscere ogni sforzo in atto, non sottovalutarlo: laddove c’è un conflitto anche un piccolo passo è importante e positivo. Una tregua non è una riconciliazione e una pace ha bisogno di giustizia e strutture che la giustizia la garantiscano. Ce lo chiedono i poveri».

Dopo la sua missione da vescovo in Sardegna, come affronta questo nuovo incarico a Roma come pastore di tutti i soldati italiani?

«Non c’è sradicamento, si è allargato lo spazio di azione che richiede un’esperienza di elasticità mentale: c’è capacità di non ragionare per schemi rigidi, ma si rafforzano i riferimenti spirituali e umani: il mio è un ministero dalle tante relazioni che, tra l’altro, percepisce l’affetto e la stima del mondo militare per i cappellani militari. La radice è la Sardegna: Olbia città di porto e quindi meticcia, Tempio con la sua cultura e l’eleganza del paesaggio e della gente, Buddusò il paese di collina dei miei genitori, dove torno meno spesso, ma che resta radice spirituale, Sassari prima sede episcopale e laboratorio di trasmissione dell’Evangelii gaudium».