Intervista rilasciata al periodico Medicina Militare (n.3/2025)

01-12-2025

Eccellenza da sempre il servizio sanitario e quello religioso hanno operato fianco a fianco nell’assistenza dei soldati su fronti differenti, ma affini. La summa di questa comunione d’intenti si realizza nelle figure di santi cari ad entrambi i campi: San Camillo de Lellis, San Pio da Pietrelcina, Don Carlo Gnocchi e tanti altri.

«Ero malato e mi avete visitato». Gesù per primo nel Vangelo si identifica con colui che soffre. La Chiesa, fin dai primi secoli, fedele al mandato del Signore, continua a chinarsi sulle ferite dell’umanità e a riconoscere nel debole, nel povero, nel sofferente il volto di Cristo. L’Apostolo Giacomo ricorda: «Chi è malato, chiami a sé i presbiteri della Chiesa ed essi preghino su di lui, ungendolo con olio nel nome del Signore. E la preghiera fatta con fede salverà il malato». Ogni malato è presenza viva di Cristo, che attraverso l’azione della Chiesa continua a toccare, guarire e rialzare. In quest’ottica i servizi sanitari ed ecclesiali, hanno una loro peculiarità all’interno del mondo militare e convergono entrambi sulla persona, nel rispetto dei loro ambiti, ma con lo stesso fine: il bene integrale dell’uomo, nella sua dimensione fisica e spirituale. Tanti grandi Santi che hanno vissuto e dato conforto agli uomini immersi nell’orrore della guerra ci hanno insegnato proprio quello che affermava il Beato Don Carlo Gnocchi meditando in trincea sugli orrori della guerra. È nella ricerca del volto di Cristo impresso nel volto di ogni uomo che Don Gnocchi ha consumato la sua vita: lo ha cercato in ogni soldato, in ogni alpino ferito o morente, in ogni bimbo violato dalla ferocia della guerra, in ogni mutilato vittima innocente dell’odio, in ogni frutto di violenza perpetrata sull’innocenza della donna, in ogni malato piegato nel corpo dal mistero stesso del dolore. Sta qui il segreto dell’amore di don Carlo e di altri Santi i cui nomi spesso sono rimasti sconosciuti che hanno operato tra gli uomini in uniforme: la vivissima coscienza che nel cuore di ogni essere umano abita lo splendore del volto di Dio.

Ed in epoca moderna come vede questo connubio, ovvero cosa nell’epoca dell’IA unisce ancora queste due realtà?

Penso sia importante, anzitutto, distinguere il concetto di “intelligenza” in riferimento all’IA e all’essere umano. L’intelligenza umana non va intesa come un qualcosa di isolato o rispondente a logiche meccanicistiche, bensì come una realtà intrinsecamente relazionale, appartenente all’essere umano orientato per sua stessa natura alla comunione interpersonale. Questa dimensione relazionale è fondamentale nell’assistenza sanitaria come in quella spirituale ed entrambi gli ambiti se non vogliono ridursi ad un qualcosa di esclusivamente funzionale devono guardare all’IA sempre come un mezzo e mai come un fine.

Quale il ruolo attuale dei cappellani militari? 

È quello dell’assistenza spirituale e religiosa ai militari delle Forze Armate e agli appartenenti ai Corpi di polizia ad ordinamento militare. Un ruolo che vede gli stessi vivere quotidianamente, h24, all’interno dei presidi militari, divenendo punto di riferimento per coloro che in uniforme servono il paese. Essi sono a servizio di quelli che servono, assicurando il culto e amministrando i sacramenti anche là dove il tempo o le circostanze non lo permetterebbero. Stanno vicino alle famiglie, offrendo un supporto umano e spirituale che abbraccia ogni dimensione della vita; anche nei teatri operativi esteri e nelle missioni di pace, sono accanto ai militari offrendo un supporto di fondamentale importanza alla loro missione. Coadiuvano la linea di comando in tutto ciò che concerne la collaborazione con altre etnie e religioni sul territorio divenendo spesso mediatori che apportano un contributo significativo all’azione diplomatica negli scenari internazionali in cui si opera. Infine, assumono un ruolo essenziale negli Istituti di formazione militare, dove, con la loro presenza e consiglio, accompagnano il cammino dell’allievo in formazione.

Dedicarsi agli altri donando emozioni, risorse personali e tempo nell’epoca veloce dei social media e della rivoluzione digitale è divenuto un principio inspiratore sempre meno diffuso. C’è una grande crisi delle “vocazioni” sia nell’ambito pastorale che in quello sanitario. Come affrontare quest’urgenza?

Facendo riscoprire la bellezza del donarsi per la più nobile delle cause: quella del servizio alla persona, nella sua dimensione umana e spirituale. Occorre aiutare le nuove generazioni a comprendere che la vera realizzazione non nasce dall’apparire, ma dall’essere, non dal possedere, ma dal donarsi. Ogni cristiano deve chiedere la grazia di poter vedere nel volto del proprio fratello, il volo di Cristo. Guardo, tuttavia, con fiducia al futuro, poiché in questi mesi da Ordinario Militare, incontrando tanti giovani nelle scuole e nelle accademie e nei vari luoghi di formazione, scopro in loro principi solidi, sensibilità, dedizione e desiderio di spendersi per il bene comune.

Il periodo attuale è segnato da molti conflitti. In alcuni casi è chiara una natura economica o politica alla base, in altri la mancanza di dialogo, discordie etniche e reali motivazioni religiose sembrano essere la causa scatenante. Veramente il dialogo tra i popoli e le religioni potrebbe costituire una soluzione?

Il dialogo interreligioso può costituire sicuramente un luogo privilegiato dove poter progettare dinamiche volte a edificare una cultura della pace disarmata e disarmante come auspicato più volte da Papa Leone XIV. Siamo tutti chiamati a costruire spazi di incontro, rispetto e collaborazione perché l’abbraccio di Dio è un amore che non ha confini né di spazi geografici, né di volti né di culture né di religioni. Il dialogo allora è davvero efficace quando tende a educare al pensiero ospitale, promuovendo una cultura della pace e dell’inclusione in un contesto di cambiamento d’epoca: un dialogo autentico vissuto come cammino condiviso e non come semplice somma di parole. Un dialogo che nasce dall’ascolto e dalla disponibilità a lasciarsi interpellare dall’altro.

La Sardegna, la sua terra natia, si trova al centro del Mediterraneo ed è sempre stata attraversata da popoli e culture differenti. Quanto di questa origine peculiare porta con sé?

Figlio di genitori appartenenti a quella generazione che hanno speso la propria vita per la rinascita sarda, con fierezza e dedizione quotidiana, porto con me i tratti di questo ambiente umano e spirituale. In particolare il valore della fedeltà, della fermezza e dell’accoglienza. Il sardo porta con sé una vocazione all’incontro con l’alterità erede di una millenaria storia di travasi interculturali. Lo stesso Mediterraneo che circonda la nostra isola, non è un confine ma un ponte e ci ricorda che la vera identità non è chiusura ma apertura. Ho conosciuto una casa nella quale la porta era sempre aperta verso tutti, senza distinzioni di persone. Ho ricevuto, oltre che il dono della fede cristiana, anche una particolare devozione per la Madre di Dio, particolarmente cara alla pietà dei sardi. Sono cresciuto in una parrocchia dedicata a San Simplicio, vescovo e martire dei primi secoli, che quotidianamente parlava delle fede intrepida dei primi cristiani. Ho avuto il dono di poter incontrare sin da ragazzo educatori e maestri che mi hanno iniziato ad una visione umanistica integrale. Questo è il bagaglio che sempre porto con me dalla mia terra.

Ci può dire quale impronta intende dare al suo mandato episcopale e cosa intende realizzare quale Ordinario Militare?

Sinodalità, missionarietà, dialogo interreligioso e culturale: una Chiesa da campo estroflessa nella carità. Un altro orizzonte sarà quello del dialogo interreligioso e culturale, come dimensione costitutiva della testimonianza cristiana e strumento di fraternità, riconciliazione e pace tra i popoli.

Auspico, inoltre di poter avviare processi pastorali tesi a promuovere le peculiari competenze del presbiterio castrense, che con dedizione vive il servizio pastorale accanto al mondo militare. Sarà fondamentale promuovere una formazione permanente, mirata e specifica, che aiuti ciascuno a leggere i segni dei tempi, a interpretare le nuove sfide spirituali e culturali, e a vivere il ministero in piena comunione con la Chiesa universale, sempre illuminata dal sapiente Magistero Pontificio.

Auspico che tutti i militari e le loro famiglie possano sentire accanto a sé la presenza della Chiesa castrense che li accompagna, li guida e li sostiene.