Duomo di Catania – 30 gennaio 2026
Eccellenza carissima Monsignor Luigi, cari confratelli, carissimi presbiteri, distinte autorità, cari fratelli e sorelle. Celebriamo la memoria di Sant’Agata della quale desidero sottolineare un aspetto che l’antica passione ci tramanda. Il testo ricorda che Agata, riportata in carcere dolorante e sanguinante dopo le torture, nella notte nel carcere fu consolata e risanata dall’Apostolo San Pietro. E così nei tormenti ottenne la virtù della pazienza. Desidererei sottolineare e soffermarmi a meditare sul dono della consolazione nel momento della prova. Il testo delle beatitudini che è stato proclamato ci ricorda come Gesù abbia dichiarato beati i miti perché saranno consolati. Veramente la mitezza di Agata è divenuta una forza che ancora oggi annuncia il Vangelo di Cristo. È una forza che passa attraverso la via spesso della debolezza, della mitezza. Il suo sì, totale e pieno a Cristo, passa nel cuore e nella coscienza di ciascuno di noi. Il sì di una giovane fanciulla, inerme, ancora esposta ad ogni possibile forma di violenza, per la grazia dello spirito, continua ad essere fermento di vita cristiana. Cari fratelli, in modo speciale mi rivolgo a voi che fate parte dei mondi della difesa, della sicurezza, della promozione del bene comune in varie forme. Tutti noi pronunciamo un sì mentre iniziamo una missione. Il nostro sì per il bene ci ricorda Sant’Agata è un sì silenzioso, nascosto, ma destinato a portare frutto. E la missione a servire la comunità umana nell’ambito della difesa, della sicurezza e della società civile è veramente frutto anzitutto di una adesione della coscienza, dello spirito al bene comune.
A Sant’Agata vogliamo chiedere che rafforzi la nostra fede, la nostra speranza, la capacità di fare il bene, di non arrenderci di fronte alle difficoltà. È la via della fermezza. Vi è una qualità importante nelle vostre peculiari professioni, quella del coraggio e della dedizione totale. Il coraggio per il bene, la dedizione totale per il bene, per promuovere la capacità di fare il bene non arrendendoci mai di fronte alle difficoltà. Questa è anzitutto una grazia di Dio, è un dono dello Spirito Santo. Il Signore nel luogo della prigionia manda l’Apostolo Pietro secondo la tradizione. Manda comunque un suo messaggero perché infonda forza, perché infonda coraggio. I nostri sì, spesso, hanno bisogno di essere sostenuti, sostenuti da una comunità, sostenuti da tanti altri angeli, gli uni accanto agli altri, per fare corpo nel dire sì al bene e no al male, nel dire sì al principe della pace e nel dire no al principe del mondo che desidera a volte affermare la violenza e la guerra.
Tutto questo può passare attraverso l’esperienza della prova. Agata viene raggiunta nella sofferenza, nel dilemma sicuramente, nella prigionia, ed ecco il Signore oggi ci dice che mai ci lascia soli, non ci abbandona nei momenti in cui occorre prendere decisioni importanti. Tutti voi, carissimi fratelli e sorelle in uniforme, sapete molto bene che esistono momenti nei quali i nostri sì determinano il bene comune. In questo contesto, ma non solo, vogliamo pensare al mondo, all’umanità nella quale il sì di un nucleo di persone determina il bene comune di tante, tante persone e allora vogliamo chiedere la capacità di questo flusso vitale della grazia di Dio perché la nostra attività sia fortificata dalla luce dello Spirito, perché possiamo far germogliare nei nostri cuori la grazia della perseveranza nel bene, nonostante ogni forma di pressione esteriore proprio illuminati dalla fortezza di Sant’Agata.
Il Signore, venendo incontro a noi, dona la grazia della consolazione. La passio sottolinea che inviò l’Apostolo Pietro per consolarla. E tutti noi a volte passiamo e attraversiamo momenti di desolazione. In modo speciale chi deve prendere decisioni dalle quali dipende il bene comune. Vi sono momenti nei quali il raccoglimento, la solitudine sana, richiede una capacità di discernimento interiore. In quei momenti si può passare l’esperienza della desolazione e però in quei momenti la preghiera è la via attraverso la quale invocare la grazia della consolazione. La consolazione nella vita spirituale non è un semplice sentimento, è proprio la grazia di perseverare nel bene, la grazia della fortezza, la grazia della fermezza, la grazia di non rinunciare a quel sì che genera nuova vita, la grazia di far sì che il nostro cuore non si chiuda nell’isolamento dei suoi ragionamenti, ma si apra verso il mondo intero.
Ci ricordava Papa Francesco che la consolazione ci rende audaci, la consolazione ci apre al bene e Papa Leone, sempre sostenendo l’esigenza di invocare questa grazia, ci ricordava che la consolazione significa avere la coscienza e l’esperienza di non essere mai da soli, Dio non lascia Agata da sola. Dio non lascia nessuno di noi da soli. E prosegue Papa Leone: la consolazione significa poggiare il capo su una spalla che ti consola, che piange con te e ti dà forza. È una medicina. Questa medicina, carissimi fratelli e sorelle in uniforme, voi la promuovete nel silenzio, spesso nel nascondimento, dai luoghi più nascosti a quelli più pubblicamente visibili, consolando coloro che piangono per le ingiustizie, per le povertà, per le sofferenze, consolando coloro che sono afflitti dalle tribolazioni del male, consolando quanti portano con sé i segni della tristezza di un abbandono della patria per motivi certamente non logici e ne umani, portando la consolazione verso coloro che sono reduci da esperienze belliche, soprattutto nei teatri operativi.
Ebbene, Sant’Agata ci ricorda che se noi riponiamo la nostra vita nel Signore, ogni dolore personale, ogni inquietudine ci apre all’amore comunitario. Non rimarremo mai schiacciati nel peso della violenza, implorando il dono della pace come frutto del bene. Il Signore ci renda angeli messaggeri di consolazione ovunque essa si rende necessaria, trasformando così la nostra professione di servizio al bene comune in un’apertura all’alterità nella via del dono e del servizio.
✠ Gian Franco Saba
Arcivescovo
