Omelia nella Messa in occasione della festa di Santa Caterina (stralci)

29-04-2026

Chiesa di Santa Caterina – 29 aprile 2026

Care sorelle, carissima Ispettrice, oggi celebriamo una Eucaristia nella quale uno dei volti belli della Chiesa Ordinariato Militare si ritrova per celebrare la festa della sua patrona, Santa Caterina da Siena: il corpo delle Infermiere Volontarie, ausiliarie per le forze militari.

In un tempo nel quale si riflette sulla missione della Chiesa dell’Ordinariato Militare e sulla missione dell’articolato mondo della difesa, anche il vostro Corpo è chiamato a riflettere in che modo oggi si può essere persone di ausilio verso un corpo impegnato nella difesa.

È un ausilio peraltro segnato da una peculiare vocazione volontaria, e questo è un elemento importante in una società, in una cultura nella quale domina la legge della compravendita, la legge del mercato, anche nei più alti valori dello spirito. Ecco, voi siete il segno visibile della gratuità, dell’amore, della gratuità di Dio, della gratuità come valore per se stesso, in una società nella quale tutto sembra essere soppesato nelle bilance delle varie economie: volontarie …

Per essere volontarie che si dedicano alla missione che voi coltivate, bisogna coltivare la volontà, e la volontà è frutto della interiorità, e perciò oggi Santa Caterina ci ricorda con il suo esempio, con la sua vita, una vita spesa per la carità entrando in comunione con Cristo. Una comunione così grande e così profonda che giunse alle mistiche nozze con il suo sposo. Cioè, il suo impulso di carità fu così forte, così grande, da poter essere paragonato all’impulso di una relazione sponsale. E in effetti Caterina spese la sua vita per la società e per la Chiesa del suo tempo nella gratuità di un servizio, il servizio della riconciliazione, il servizio dell’assistenza verso coloro che erano poveri. Nel suo testo Il Dialogo sulla Divina Providenza sottolinea che l’amore di me e del prossimo è una medesima cosa. Noi tutti sappiamo che per giungere a questa alta vetta dobbiamo combattere contro il nostro io, che spesso antepone se stesso, i propri interessi, i propri ruoli, i propri privilegi, le proprie comodità, per uscire, per mettersi a servizio, per diventare così un segno della Providenza di Dio, un segno di Gesù Buon Pastore che dona ristoro all’umanità.

E’ il tema del Vangelo che è stato proclamato: venite a me voi tutti che siete stanchi e oppressi e io vi darò ristoro. Ci sono stati anni nei quali nel contesto europeo la vostra presenza è stata segnata nei luoghi di guerra, nei campi di battaglia, nei luoghi di sanità. Oggi immagino in alcuni contesti dove vi sono delle missioni. Ma certamente incoraggio in questo tempo di riflessione da parte dell’Ordinariato un’ulteriore riflessione affinché questo prezioso valore che è la partecipazione libera al servizio dell’amore verso il prossimo, e in modo particolare dei mondi sofferenti della difesa, possa avere sempre più una valenza rilevante.

Gli stanchi e gli oppressi di oggi sono tanti. Nell’appena trascorso viaggio in Libano, ieri, è stato possibile vedere questi stanchi oppressi che sono le popolazioni sfinite. Ma stanchi e oppressi sono anche i militari che nei luoghi dove le risorse interiori devono essere tante, le energie da spendere debbono essere profuse, allora ecco che la presenza di uomini, di donne dediti a donare ristoro, a rinnovare le energie … è una vocazione sempre attuale.

Questa vocazione non terminerà mai, rimarrà sempre viva nella storia. Cambiano gli scenari, cambiano i contesti, cambiano le modalità, ma la vocazione all’amore è una vocazione eterna: portare ristoro, rigenerare chi è stanco e chi è oppresso. E spesso sono popolazioni di innocenti, di fragili, di bambini, di persone che subiscono la tragedia immane della guerra. E qui si incrocia molto bene quella vocazione del militare, che diventa ponte di soccorso per tutti, e la vostra vocazione in ausilio, perché laddove non è possibile arrivare con le forze ordinarie, si possa arrivare attraverso le vie straordinarie. Ma, come diceva sempre il nostro amato Papa Francesco, perché vi sia un ospedale da campo, serve un ospedale di base. E credo che la vostra missione sia in questa dialettica tra l’ospedale da campo e l’ospedale di base. E Papa Leone XIV incoraggia ad uscire costantemente, ad essere una Chiesa in uscita, presente nella realtà, non impaurita dalla realtà, ma immersa dentro le vene della storia.

Portare in queste vene, far scorrere il sangue del soccorso, credo sia veramente una missione oggi tanto importante. Questa parola soccorso la si può declinare in tanti modi, ma io incoraggio che nei lavori anche di questo nostro corpo, guidati dal vostro cappellano, in collaborazione con il progetto pastorale del Centro Pastorale dell’Ordinariato, possa veramente elaborarsi un nuovo decalogo circa la missione vostra. Tra questi militari vi sono anche i cappellani militari e quindi è un servizio ampio, cioè vi è tutto il volto del popolo di Dio, che è formato dal gregge e dai suoi pastori, insieme, chiamati a servire la comunità. E perciò il modello che oggi ci viene dato è il modello di Cristo stesso. Qual è il nostro programma? Qual è il vostro programma? E’ quello che oggi ci dice Gesù: imparate da me. Credo che questo sia l’altro elemento di quella dimensione di cui parlavo prima, la cura dell’interiorità, e di cui parla spesso Papa Leone XIV, dicendo che oggi il mondo soffre di un’assenza di cura dell’interiorità. Quando il cuore dell’uomo viene educato, viene formato da un modello, da un Maestro, esso si esprime, si manifesta non solo in idee astratte, ma in opere concrete. E questo Maestro è colui che dice: “Imparate da me, che sono mite e umile di cuore”. Questo è l’altro refrigerio, che la carità può portare la mansuetudine nei luoghi dove invece vi è l’aggressione, il volto della tenerezza: la carità è tenerezza. E questa carità si trasmette laddove infatti vi è un’esigenza di contrastare ogni forma di orgoglio, ogni forma di spirito aggressivo, di spirito violento. Ecco, la gentilezza della carità è una missione. Il garbo della carità, la delicatezza della carità è lo stile di Dio, è lo stile di Cristo. Imparate da me che sono mite e umile di cuore. E allora, lasciamoci guidare dalle parole di Santa Caterina, la quale ci ricorda che Egli viene incontro a un mondo infermo, al mondo universale, per trasfondere l’amore di Dio …

(trascrizione da audio-registrazione)