Salone d’Onore Caserma “Gen. B. Santa Laria” – 9 dicembre 2025
Distinte Autorità, cari fratelli e sorelle, con vera gioia ci ritroviamo oggi in preparazione alle Feste Natalizie per celebrare insieme il Signore che viene per salvarci. Oggi annuncia a noi che Egli è vicino, si fa prossimo alla nostra vita, e così desideriamo ringraziarlo per il dono della sua vicinanza, dei doni che continua a elargirci e per la possibilità che ci ha dato di essere al suo servizio nella società e nella Chiesa come ministri del bene comune.
La Liturgia della Parola testé proclamata illumina le nostre menti con la consolazione e l’incoraggiamento.
Dio nella scrittura, come ci ricorda il profeta Isaia, viene presentato come il pastore che va alla ricerca delle pecore smarrite della casa di Israele. Si prende cura delle anziane come delle giovani, ha uno sguardo di benevolenza verso tutti, è il cuore di Dio che governa con la potenza dell’amore.
Anche Gesù, nella sua predicazione, recupera questa immagine, cara ai profeti di Israele, formulando un insegnamento paradossale rispetto al sentire comune nel dialogo con i suoi discepoli di allora e oggi con noi suoi discepoli. Se un uomo ha cento pecore e una di loro si smarrisce, non lascerà le novantanove sui monti e andrà a cercare quella che si è smarrita? I contemporanei di Gesù coglievano immediatamente l’assurdità della questione e rispondevano di getto secondo il loro immediato sentire. Per noi, che non siamo abituati al linguaggio e al contesto della Palestina del I secolo,
tuttavia è facile comprendere che cosa significhi e che cosa meriti lasciare da parte qualcosa che è cospicuamente importante per dedicarsi a recuperare ciò che agli occhi umani potrebbe apparire di poco valore.
Questo è il cuore di Dio (non fa differenze di persone, di situazioni) che parla all’umanità con occhi diversi. Riusciamo così solo a sfiorare la differenza del modo di pensare di Dio rispetto al nostro, è per questo che la Liturgia tutti gli anni con Natale desidera introdurci nel cuore di Dio e lo fa tutti i giorni celebrando l’Eucarestia, annunciando la Parola e accostandoci al pane eucaristico. Dio sceglie di mettere da parte ciò che appare al mondo grande per andare a recuperare la ricchezza piccola. Sceglie di celare la sua potenza per andare a recuperare ciò che è debole. Comprendiamo allora bene perché Origene, un autore cristiano del III secolo, abbia collegato questa parabola della pecora smarrita, al mistero del Natale di Gesù.
Egli infatti rilegge e interpreta la parabola affermando che Dio, come adduce il profeta, risiede sì sui monti, sui monti del mistero insondabile, ma decide di scendere per andare alla ricerca della pecora smarrita, ovvero di ogni creatura umana.
Una discesa che inizia con il Natale, ma che trova il suo pieno compimento nel mistero della passione, morte e risurrezione di Gesù. Egli in virtù di quel mistero della Risurrezione è il vivente, presente in mezzo a noi. Egli così nella Risurrezione ritorna al Padre non da solo, ma portando con sé sulle spalle la nostra umanità ritrovata, quale consolazione per ciascuno di noi; pensare che la propria umanità è stata portata da Cristo nel cuore del Padre.
L’immagine del pastore con la pecora sulle spalle, dunque, è una forza dirompente, poiché diventa una vera e propria professione di fede, e al contempo testimonianza dell’umanitàs di Dio, un tempo nel quale tutti siamo chiamati a promuovere un nuovo umanesimo.
In un tempo in cui non si poteva rappresentare la croce, perché simbolo di ignominia e di vergogna, i nostri fratelli e sorelle delle prime generazioni cristiane hanno inteso rappresentare nelle catacombe e nelle case di culto il pastore come sintesi del nostro credo che manifesta il movimento di abbassamento di un Dio che si immischia nelle precarietà umane per portarci con sé nella sua pace e nella sua sicurezza. Tutti noi siamo chiamati nella promozione del bene comune a compiere questo movimento, un movimento che ha un suo paradigma con la vita di Gesù.
Ricordiamoci di questo significato quando in questo tempo, nelle nostre case, nei luoghi dove abitiamo prepariamo il presepe. È bello attraverso questo gesto semplice trasmettere che i pastori vanno alla grotta di Betlemme. Sono sì i poveri eletti da Dio, sono persone a volte malfamate, ma proprio per questo sono le persone invitate a recarsi ad incontrare il Signore venuto ad annunciare la pace vera che rinnova ogni esistenza.
Egli è la luce che illumina il mondo!
È qui che noi troviamo vera consolazione e vera gioia. Abbiamo un Dio non più lontano, non più indifferente alle preoccupazioni degli uomini, ma presente e desideroso di far parte della nostra esistenza per condividere con lui la sua vita senza fine. La consolazione porta con sé anche l’incoraggiamento a fare in modo che anche questo Natale non venga speso invano.
Siamo tutti chiamati ad essere artefici della costruzione del Regno di Dio, un Regno di pace, di amore e di giustizia. E per far ciò è necessario favorire il nostro incontro con Cristo, con la nostra umanità, così come essa è, senza mistificazioni, senza timori e senza paura.
Lo abbiamo ascoltato nella Prima Lettura “nel deserto, dice Isaia, preparate la via al Signore, spianate nella steppa la strada per il nostro Dio. Ogni valle sia innalzata, ogni monte e ogni colle siano abbassati; il terreno accidentato si trasformi in piano e quello scosceso in vallata.”
Tutti noi comprendiamo bene quanto ciò sia necessario, in modo particolare a chi è preposto a mansioni simili a quelle del pastore, ricercare ciò che è perduto e ciò che è smarrito.
Desidero rivolgermi in modo particolare a quanti nelle Scuole Allievi si preparano per una missione sociale di grande rilevanza.
Leone XIV ci ricorda che non si nasce professionisti. Ogni percorso formativo, universitario, culturale si costruisce passo a passo, libro a libro, anno per anno, sacrificio dopo sacrificio.
Offrire alla diaconia della cultura, Egli ci ricorda, più tavoli dove sedersi insieme per toccare le ferite della storia e cercare sotto la guida dello Spirito.
E così formare persone che nelle costellazioni delle responsabilità pubbliche, disegnino rotte, ci ricorda Papa Leone, per orientare al bene comune.
In questa missione si colloca anche il prezioso servizio dei Cappellani Militari, che con piena libertà e con dedizione svolgono un servizio di accompagnamento, proprio seminando e annunciando il Vangelo del bene comune …
Sicuramente nel servizio, tante volte, si cercano soluzioni per ostacoli che richiedono sfide, e presentano domande complesse. Talvolta la ricerca dell’umanità che si è smarrita diventa difficoltosa a causa di impedimenti di vario genere. Ebbene, Cristo compie sempre e in particolar modo nel tempo, tempo di incontro con ciascuno di noi, per donarci la grazia, la forza, la luce per condurre al bene e al buono …
È una missione che sicuramente tanto ha a che fare con il Vangelo, il compito che ci ha affidato è un servizio all’umanità, perché nei deserti delle solitudini, delle diffidenze, nelle mani delle tristezze e degli avvenimenti, nei monti dell’orgoglio e nei colli del giudizio e delle tragedie nei quali l’umanità deve affrontare e considerarli irti, la Parola del Signore continua a spianare, pian piano, progressivamente questi cammini, affinché fioriscano vie di pace, vie di condivisione, vie dove soprattutto coloro che vivono nella fragilità possano sperimentare l’esperienza dell’amore e di Gesù.
L’amore cristiano, ci ricorda Leone XIV, supera ogni barriera, avvicina i lontani, accomuna gli estranei, rende familiari i nemici, valica abissi umanamente insuperabili, entra nelle pieghe più nascoste della società. Questo Nuovo Umanesimo chiediamo al Signore di donare a tutti e a ciascuno, e a voi in modo particolare chiamati a servire le pieghe della storia, talvolta sanguinanti.
(testo trascritto da audio-registrazione)
