Omelia Abbazia di Montecassino, Domenica 11 maggio 2014

20-05-2014
 
«Viandanti ma non erranti! Pellegrini ma non randagi!»[1].

  Carissimi fratelli e sorelle, sono le parole con cui Papa Francesco ha commentato qualche giorno fa l’episodio evangelico dei discepoli di Emmaus, e che ben introducono la nostra Celebrazione odierna. Con questa Eucaristia, che apre le Celebrazioni commemorative del 70° anniversario della battaglia di Montecassino, diamo inizio ad un evento che definirei proprio così: pellegrinaggio! Tra poco benediremo la fiaccola che attraverserà i Cimiteri Militari di questa zona, come in un pellegrinaggio appunto, non come in una mera commemorazione o in un andare senza senso: «Eravate erranti come pecore ma ora siete stati ricondotti al pastore e guardiano delle vostre anime», abbiamo ascoltato da Pietro nella seconda Lettura (1 Pt 2,20b-25). Eravamo erranti, ora siamo viandanti. Cosa fa la differenza? Siamo «in cammino, ma sappiamo dove andiamo! Gli erranti non lo sanno»[2], spiega il Papa. Sì, non basta andare, vagare! Anche tanti sportivi e tanti militari qui presenti potrebbero attestarlo: il cammino può essere gara, può essere marcia… Il pellegrinaggio, invece, è racchiuso tra una storia e una meta, si dispiega tra il passato e il futuro; esso chiede fatica, impegno, sacrificio, ma si accompagna pure a esperienze di accoglienza, trasformazione, speranza. E tutto questo, in fondo, è racchiuso nel Progetto Peacefix, la manifestazione che stiamo vivendo, promossa in modo congiunto dall’Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale in collaborazione con il Ministero della Difesa e con l’Amministrazione di Cassino.   C’è, prima di tutto, una storia che si vuole ricordare. Per meglio dire, c’è un insegnamento della storia che, con saggezza, si ritiene possa essere ancora significativo e istruttivo, specie per le nuove generazioni. Una storia di resistenza, certamente; prima di tutto, una storia di guerra, che qui si è consumata mettendo in luce quel sottofondo di distruzione pura e – potremmo dire – gratuita, che ogni guerra porta con sé e annienta vite umane, paesaggi, luoghi splendidi e significativi, pezzi di storia. È quanto qui avvenne con le battaglie del 1944, tra le quali la distruzione dell’Abbazia di Montecassino, seguita a un massiccio bombardamento, provocò particolare sgomento. Questa storia va cambiata, per questo va narrata e ricordata, usando parole dense di coraggio e chiarezza, come le parole di Pietro nella prima Lettura (At 2,14a.36-41). Egli, parlando ai presenti di «quel Gesù che essi avevano crocifisso», fa sì che essi si sentano «trafiggere il cuore». È la potenza della Parola di Dio che provoca questo; ma è anche la potenza della parola di verità. Fecero così, nel 1944, coloro che testimoniarono gli orrori che qui si consumavano, permettendo ad altri di venirne a conoscenza e porvi rimedio. Bisogna narrare la verità sulla guerra, affinché la guerra non si ripeta. E il nostro celebrare di oggi vuole essere anche un modo di narrare, una via per «trafiggere il cuore» di chi ascolta, dei giovani che rappresentano il futuro di una società, di coloro che sono chiamati a prendere decisioni gravide di importanti conseguenze sulle sorti dei popoli…. Sì, bisogna narrare la storia per cambiare la storia! Non possiamo sottrarci a questo obbligo di coscienza.   Il singolare pellegrinaggio che oggi inizia è anche un segno, un simbolo del fatto che la storia si può cambiare; che si può passare – come recita lo slogan della manifestazione – «dai campi di battaglia ai campi di gara»! Il cuore di Peacefix è, infatti, una serie di competizioni e tornei sportivi che avranno luogo in questa settimana e che, simbolicamente, vogliono rappresentare un percorso di pace. Come il pellegrinaggio, anche lo sport è fatica, impegno, sacrificio; e tutto questo è necessario non tanto per vincere quanto per fare del gioco un’esperienza in cui possa trasparire, come ha detto Papa Francesco alle Delegazioni delle Nazionali di calcio di Italia e Argentina, «la bellezza, la gratuità e il cameratismo. Se a una partita manca questo perde forza, anche se la squadra vince. Non c’è posto per l’individualismo, tutto è coordinazione per la squadra»[3]. Noi, oggi, vogliamo passare dai campi di battaglia ai campi di gara. Quante volte, però, anche la gara sportiva diventa scontro di guerra! Solo come ultimo esempio, basti pensare a quanto accaduto a Roma pochi giorni fa. Come fare perché ciò non si ripeta? «Pensare che, prima di essere campioni siete uomini, persone umane», ha suggerito il Papa: «Uomini, portatori di umanità»[4]. È il cuore del messaggio della pace, racchiuso nelle celebrazioni di oggi e assunto come vocazione non solo dagli sportivi ma da tutti noi, in particolare dai militari. È proprio così: voi siete uomini, portatori di umanità. E questa umanità la portate tutte le volte che soccorrete l’umano dei fratelli, che lo difendete, che lo custodite e rispettate, con una delicatezza e attenzione che forse è di pochi.   Essere, e imparare sempre più ad essere, portatori di umanità! Questa, potremmo dire, è la meta del nostro pellegrinaggio, che si riassume nel Vangelo (Gv 10,1-10), con le semplici ma importantissime parole di Gesù: «Sono venuto perché abbiano la vita». Una meta che indica la direzione del cammino che Egli ha fatto e che noi siamo chiamati a fare. Sì, carissimi. Tutti siamo a servizio della vita dell’uomo, di ogni singolo uomo; tutti siamo chiamati ad essere portatori di umanità, riscoprendo il valore stesso dell’umanità. Senza questa profonda intuizione e convinzione, ed anche senza questo significativo impegno, non avrebbe alcun senso la vocazione religiosa, la responsabilità civile e politica, lo stesso servizio militare: esso, con le scelte che ne conseguono, trova luce proprio nell’ottica della difesa della vita umana. Nel Vangelo di oggi Gesù ci offre lo “tile” della difesa dell’umanità: lo stile del «pastore». Vedete, dire “pastore” nella tradizione semitica non è come dire pastore da noi. Non si tratta, cioè, di un mestiere, sia pure importante, ma di una figura essenziale per la sopravvivenza. Il pastore non è solo colui che guida il gregge ma che lo difende, lo raggiunge in sentieri difficili, cammina davanti al gregge affrontando per primo i pericoli, quindi mettendo a rischio la propria vita per salvare le pecore. Anzi, come preciserà Gesù, per salvare, cercare, trovare, «una sola» pecora. C’è, nell’insegnamento del Cristo, un confronto molto istruttivo ed esigente per tutti noi: per il mondo militare e sportivo, per il mondo dell’università e della politica. Da un lato, c’è il pastore, che viene per dare la vita; dall’atro, ci sono i ladri e i briganti, che vengono per rubare, uccidere, distruggere. La guerra, ogni guerra, scoppia a partire da questi atteggiamenti. La pace, ogni pace, scoppia quando si diventa servitori della vita, portatori di umanità. Quando si impara a portare e usare l’arma del Vangelo per trasformare le armi con la logica della vicinanza e dell’amore, come ha fatto il nostro amato Giovanni XXIII, prima militare, poi cappellano, oggi Santo!   C’è una «porta» per entrare in questa logica: è Cristo; e la vita dell’uomo, di ogni uomo – quindi anche del nemico – appartiene a Lui. Una verità non facile questa, che ci richiede un’interiore uscita da noi stessi per entrare nell’altro; e questo è un aspetto del pellegrinaggio che, come dicevamo, diventa occasione di accoglienza, trasformazione, speranza. È la lezione che, mi sembra, sprigioni dal luogo speciale in cui ci troviamo. Come innumerevoli monasteri, anche l’Abbazia di Montecassino, particolarmente nel tempo della guerra, divenne la “casa” dove molti, indipendentemente dall’identità o nazionalità, trovavano rifugio, protezione, aiuto, affetto. Gli orrori della guerra hanno permesso che proprio tanti che qui si erano rifugiati qui trovassero la morte, assieme alla distruzione del monastero. Ma il monastero è stato ricostruito: a noi, oggi, il compito di ricostruire la speranza, imparando anche la profonda lezione di accoglienza incondizionata che dalla vita monastica si irradia al mondo intero. Qui tutti ci sentiamo custoditi, proprio come il Salmista (Salmo 22), che sa di essere accompagnato dal Buon Pastore.   Carissimi, lasciamo dunque che questo pellegrinaggio ci conduca a Lui, al Signore. Lui, che è il centro di questa Eucaristia, sia il centro di queste Celebrazioni e il centro della nostra vita. Così, i campi di battaglia diventeranno campi di gara e le «valli oscure» dell’odio e della paura diventeranno i «pascoli erbosi» e le «acque tranquille» dell’amore fraterno, verso cui Egli conduce l’umanità, affinché non ci siano più erranti ma pellegrini. E pellegrini di pace! Così sia.         X Santo Marcianò


[1] Francesco, Omelia nella Messa presso la Chiesa di S. Stanislao, Roma, 4 maggio 2014
[2] Ivi
[3] Francesco, Discorso alle Delegazioni delle Nazionali di calcio di Italia e Argentina, 13 agosto 2013
[4] Ivi